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8 Luglio 2016

Traversata Atlantica

... Dai Diari di Bordo:

Siamo qui a Puerto Calero (Lanzarote) già da una settimana. Ritrovare la Papayaga è sempre una grande emozione, una promessa che si rinnova.

Girare tra gli scaffali di un supermercato non è mai stato così eccitante. Frutta, verdura, scatolame riempiono i carrelli e io già immagino il momento in cui saremo in mezzo al mare a gustare queste stesse cose. Roberto razionalmente si preoccupa delle scorte di patate, riso o verdure calcolando i giorni e perfino i pasti, io insisto nel comprare la cioccolata che servirà nei momenti di sconforto, il succo di frutta o le patatine che renderanno più gradevoli i momenti di tranquillità. Sembriamo due bimbi alle giostre.

Oggi sarebbe stato il giorno stabilito per la partenza, ma ancora non è prudente salpare, c’è l’ennesima depressione tropicale che si aggira per l’Atlantico e sebbene ancora lontana, impedisce all’Aliseo di formarsi. Bisogna studiare bene la situazione perché, se dovesse avvicinarsi ancora nei prossimi giorni, porterà con sé un forte Sud-Ovest che non è certo il vento adatto per una traversata atlantica in barca a vela.

Da quando siamo tornati a bordo i preparativi ci hanno assorbito completamente, tanto da farci dimenticare il meteo. Ora siamo qui con questa enorme bassa pressione sulla carta e ci consultiamo sperando di prendere la decisione giusta. Intanto, per guadagnare tempo decidiamo di lasciare Puerto Calero, e scendere la costa Est di Fuerteventura alla ricerca delle dune dove Moitessier si era fermato con Joshua nel 1968. Aspetteremo qui le condizioni ideali per lanciarci in questa follia.

La navigazione è veloce e confortevole. Il vento da terra spiana il mare e le raffiche fanno correre Papayaga a più di 7 nodi. Giriamo la punta più a Sud di Fuerteventura con una certa trepidazione e attesa, ma lo scempio che ci troviamo davanti ci intristisce profondamente. È incredibile quanto assurdo quello che gli spagnoli riescono a fare delle loro coste: alberghi e alberghi ovunque, anonimi casermoni di dieci piani a pochi metri dalla spiaggia, un orrore dove un tempo deve esserci stato un paradiso.

Se Moitessier arrivasse oggi con il suo Joshua, se ne andrebbe via schifato, altro che quelle descrizioni affascinanti che ho letto nei suoi libri.

Ci ancoriamo in pochi metri d’acqua e la serata passa tra un thè, una sigaretta e un disco dei Pink Floyd. Siamo Roberto e io, amici di sempre, non abbiamo nemmeno bisogno di parlare per capirci. Ci sentiamo come il momento prima di tuffarci da un trampolino di dieci metri, ormai ci siamo e non possiamo non buttarci, ma quanta adrenalina, questo tuffo è veramente alto!

Non sappiamo cosa fare, la depressione tropicale, ormai nominata Delta, si sta dirigendo dritta sulle Canarie e se aspettiamo qui ci prenderà in pieno (all’ancora)... se invece decidiamo di partire, avremo almeno 35 nodi di Sud-Ovest sul muso. Cominciamo bene!

Sabato 26 Novembre 2005

Decidiamo di partire lo stesso. Ci svegliamo presto e io mi butto in acqua per pulire la carena, mentre Roberto, cuoco di bordo, sistema le ultime cose in cambusa. Alle 11.30 UTC salpiamo l’ancora con una certa cerimonia per la nostra prima traversata atlantica in barca a vela.

Rotta 210°, velocità 3 nodi. L’isola si allontana lentamente e io mi sento il vuoto nello stomaco se penso che la prossima terra la vedremo fra quasi un mese. Quando Fuerteventura sparisce completamente dalla vista il vento rinfresca e il mare comincia a essere disordinato, si sente che c’è un’energia strana nell’aria e questo mi crea una certa apprensione.

Con calma passo in rassegna tutte le cime, metto in acqua la lenza e pulisco le verdure con acqua prima di stivarle.

In 8 ore abbiamo percorso solo 40 miglia e alle 19.30 siamo al punto nave: 27°32N 14°49W.

Prima notte di navigazione, cominciamo i turni di tre ore e mi accorgo che i nostri sguardi non sono proprio rilassati, probabilmente ci stiamo chiedendo se abbiamo fatto bene a partire, ma nessuno osa parlarne, cerchiamo di mantenere un certo contegno oppure, semplicemente, pensiamo sia inutile appesantire gli animi tanto ormai non si può più tornare indietro. Onda fastidiosa.

Il cielo stellato mi fa sentire al sicuro. Appena entro sotto coperta però mi assale un inaspettato senso di vulnerabilità, mi sembra di navigare su di un guscio di noce, così piccolo e indifeso... ce la potrà mai fare?

Domenica 27 Novembre 2005

Questa notte non sono riuscito a dormire, il fisico non si è ancora abituato a queste onde e il vento, che ancora non è stabile, mi ha obbligato a regolare più volte il pilota a vento, il grande Thierry!

L’alba è un tripudio di colori e la luce ci rassicura, come se il sole potesse impedire alle onde di inghiottirci. Le attività giornaliere ci allontanano dai cattivi pensieri e solo a sprazzi ritorna alla mente quello che stiamo facendo; sulla carta nautica si vede un percorso grandissimo di cui abbiamo fatto solo... un centimetro!

Stiamo per concludere il nostro primo giorno di traversata atlantica in barca a vela, purtroppo la media non è buona e nelle 24 ore abbiamo fatto solo 111 miglia.

Alle 11.30 UTC del 27 Novembre siamo al punto: 26°30N 15°23W

Rotta: 220°, velocità media nelle 24 ore: 4,6 nodi.

Ore 16.30 UTC: da poco abbiamo acceso il motore - un po’ per ricaricare le batterie, un po’ perché c’è calma piatta - se deve arrivare questo Sud-Ovest tanto vale andarci incontro, e più a Sud possibile visto che a queste latitudini ancora non siamo fuori pericolo tempeste.

Controllo le lenze, stivo le verdure e aspettiamo il collegamento radio con Firenze per sapere quando verrà questo benedetto vento, qualsiasi direzione purché venga.

Niente, questa è la quiete prima della tempesta… si va a motore!

Lunedì 28 Novembre 2005

Ore 00.00 UTC il punto è: 25°43N 16°03W rotta: 230°.

Non c’è un alito di vento e andiamo ancora a motore. Siamo in una zona molto trafficata da navi che sbucano e spariscono in poco tempo, quindi non si può neanche dormire.

Ore 01.00. Finalmente un bel vento teso da Sud-Est ci consente di andare a 6 nodi di velocità e soprattutto ci permette di spegnere il motore. È molto bello questo vento anche se il suo arrivo ci ricorda che la tempesta si sta avvicinando.

“Tutti ai posti di manovra.” Sembriamo due soldati in trincea che aspettano l’attacco nemico imminente.

Ore 03.00. Il vento rinfresca ancora e dobbiamo prendere una mano di terzaroli. Così va bene, per una barca a vela tutto è meglio rispetto al motore e se dovesse rinfrescare ancora siamo pronti. È un piacere sentire la Papayaga che freme sotto la spinta del vento.

Ore 11.30. Il vento è aumentato ancora, mettiamo la trinchetta, un pezzo di genoa a prua e due mani di terzaroli alla randa, velocità 7,5 nodi.

Riprendo la posizione, in due giorni abbiamo fatto 240 miglia.

Il mare comincia a essere molto formato ma la Papayaga affronta ogni onda con la massima tranquillità, si fa largo sui frangenti che le vengono incontro senza sbattere nemmeno un colpo, baffi di schiuma si aprono ai lati come se volesse aprire una tenda con le mani. A me piace navigare in questo modo, con la dolcezza che solo le carene antiche sanno dare.

Il vento sta ruotando verso Sud-Ovest per il passaggio di “Delta”, ce lo aspettavamo, per fortuna siamo a più di 240 miglia dal centro della bassa pressione. Il barometro scende velocemente, studio la rotta migliore da fare ma non è semplice: se continuiamo a navigare verso Ovest mura a sinistra, ci avviciniamo alla bassa pressione come è normale che sia nel nostro emisfero, se invece viriamo e andiamo verso Sud rischiamo di finire troppo vicino all’Africa dove i bassi fondali fanno alzare notevolmente le onde. Siamo comunque pronti a ogni evenienza e il morale è alto.

Al tramonto il cielo è impressionante, una barriera di nuvoloni blu scuro copre i soliti batuffoli arancioni e i raggi del sole che filtrano da dietro questo muro formano una specie di corona, il mare sotto è scuro come il petrolio e io mi chiedo perché le tempeste devono venire sempre di notte.

Aspettiamo con ansia il collegamento radio delle 20.00, sentire le voci dei nostri amici radioamatori di Firenze ci fa sentire un po’ meno soli, ma nemmeno loro riescono a nascondere una certa preoccupazione… ormai è certo, ci aspetterà una nottataccia.

Martedì 29 Novembre 2005

Dopo il collegamento radio decidiamo di andare verso Sud con un vento che nel frattempo si è rinforzato ancora. I bassi fondali sono lontani e quello che mi preme di più in questo momento è allontanarmi da questa bassa pressione perché pare sia piuttosto cattiva. Il vento aumenta ancora.

Ore 01.00. Ci siamo, è arrivata la botta.

Il mare si ingrossa notevolmente, onde frangenti arrivano da prua e percorrono tutta la lunghezza della Papayaga coprendola d’acqua. Lasco un poco la randa per togliere pressione ma cambia poco, la barca rimane inclinata sul fianco come schiacciata da una grossa mano. Il buio non aiuta e le onde arrivano improvvise come schiaffoni, senza che io possa vederle. Non è prudente rimanere fuori e, affidato il governo all’impavido Thierry, mi rintano in cuccetta, non proprio a dormire ma pur sempre dentro al calduccio. Mi chiedo come avrebbero fatto altre barche a bolinare con questo mare per giorni, sentiamo il rumore delle onde sopra il tetto, siamo sommersi da cascate d’acqua eppure sembra che la Papayaga non abbia neppure notato tutto questo, continua a scivolare tranquilla senza sbattere nemmeno un colpo. Sdraiati in cuccetta abbiamo l’impressione che il mare sia calmo ma è solo un’illusione. Se proviamo ad alzarci non riusciamo nemmeno a metterci seduti sul letto...

“Adda passà a nuttata” e io affido il mio riposo alla fedele Papayaga.

Prima di dormire però, ripasso mentalmente tutte le migliorie apportate in questi anni di cantiere, tutti i rinforzi, tutte le attrezzature controllate e sostituite… no, non si può rompere proprio niente. Buonanotte.

Ore 08.00 UTC. Dalla radio abbiamo la conferma che la decisione di partire è stata saggia. La Tempesta Delta si è abbattuta sulle Canarie con venti fino a 90 nodi e molte barche all’ancora sono affondate. Col mare agitato è sempre meglio stare lontani dalla costa, se si ha una barca come questa, e io tiro un respiro di sollievo. Provo a uscire fuori in pozzetto ma è un’imprudenza inutile, Papayaga naviga bene da sola e non c’è niente che io possa fare. La soluzione della trinchetta a prua mi dà una sicurezza inaspettata, il timone non sforza nemmeno un po’ eppure fuori c’è l’apocalisse.

Questa mattina appena ho aperto il tambuccio per dare un’occhiata al mare, un’ondata si è riversata dentro bagnando il tavolo da carteggio e la radio. Dobbiamo assolutamente smontarla e asciugare bene ogni componente perché è il nostro unico contatto con il mondo, ma adesso, con questo mare, non se ne parla neanche.

Siamo entrambi esanimi ciascuno nella propria cuccetta, non riusciamo a fare niente e anche alzarsi per fare pipì è uno sforzo tremendo. Se avessi un catetere non esiterei nemmeno un istante a utilizzarlo, ma purtroppo non c’è e infilarci nella cabina del bagno con questo mare è una sfida durissima. A buttarci giù dalle cuccette ci pensa però un bel dorado che proprio adesso ha deciso di rimanere impigliato al nostro amo. È un pesce enorme, lungo più di un metro e per tirarlo a bordo impieghiamo quasi un’ora. Tuttavia, nonostante l’entusiasmo, la preda rimane abbandonata in pozzetto fino a sera perché per riprenderci dallo sforzo ci dobbiamo buttare di nuovo in cuccetta. Per cena mi impongo di tagliare qualche filetto dal dorso e cuocerlo in padella ma, tra il mal di mare e il mal di testa, non lo gustiamo affatto. Anche se fiacchi e nauseabondi il morale rimane alto... ora sappiamo che la Papayaga può affrontare l’apocalisse. La traversata atlantica in barca a vela non è comunque una passeggiata come qualcuno sostiene.

Mercoledì 30 Novembre 2005

Altra notte ballerina, il mare è sempre agitato anche se ora le onde vengono un po’ più al traverso. Non abbiamo più forze e non mangiamo praticamente niente, l’unico rimedio per recuperare un po’ di energie è cercare di dormire, ma non basta. Roberto da ieri sera non da più segni di vita, mi rendo conto che sta malissimo perché non risponde neanche più alle mie battute, lo obbligo almeno a bere qualcosa ma proprio non ne vuole sapere. Bere un sorso d’acqua è una tortura anche per me e preferisco sprofondare nella mia cuccetta aspettando che le condizioni migliorino.

Per fortuna nella mattinata il vento gira a Nord e il mal di mare diminuisce, riusciamo anche a mettere un po’ in ordine la barca che sembra l’interno di una lavatrice dopo la centrifuga.

Il punto alle 11.30 UTC è: 21°39N 19°37W"

Rotta: 230° velocità media: 6 nodi, nelle 24 ore abbiamo fatto 143 miglia.

Il mal di mare va decisamente meglio ma ancora non riusciamo a mangiare, le forze mancano e nel pomeriggio torniamo a buttarci in cuccetta come cadaveri.

A cena un tentativo di minestra calda rimane a freddarsi nel lavello per ore.

La notte cala e, essendoci allontanati dalla bassa pressione, cominciano ad arrivare le onde lunghe. Mentre sono sul tavolo da carteggio vedo il GPS che segna 10 nodi, esco di corsa fuori e mi accorgo che siamo in surf su un’onda altissima. Bisognerebbe proprio ridurre perché c’è troppa vela per questo vento, ma ora siamo stanchi per manovrare, all’alba si vedrà. Non si dorme niente e ancora non riusciamo a mangiare come si deve. Dobbiamo assolutamente recuperare le forze perché la pigrizia in barca è causa di guai e per fortuna che la Papayaga ci perdona tutto, è incredibile. Questa barca si comporta come un essere pensante, almeno lei, finora ha fatto tutto da sola, solida come un sommergibile, dritta come un treno. Non a caso è un ALPA 11.50

Giovedì 1 Dicembre 2005

Il punto alle 11.30 UTC è: 20°07N 21°36W

Abbiamo fatto 145 miglia nelle 24 ore.

Non riusciamo ancora a dormire ed è sempre nuvoloso. Aspettiamo con ansia il famoso Aliseo, quello con le nuvolette a batuffoli, anche perché ci dovremmo lavare prima o poi. Il pesce in compenso non manca mai, oggi abbiamo pescato un piccolo dorado monoporzione e per cena lo cuciniamo ai ferri come si fa con i convalescenti. Dobbiamo assolutamente mangiare perché ci mancano le forze e la stanchezza ci impedisce di fare qualsiasi manovra. Il pesciolino ai ferri è stato gradito ma i piatti, che aspettano nel lavello da svariati giorni, aspetteranno ancora.

Venerdì 2 Dicembre 2005

Il punto alle 11.30 UTC è: 18°33N 23°08W

Finalmente questo mare ci sta entrando dentro e il nostro fisico comincia a non ribellarsi più tanto, godiamo della sua violenza, ci sottomettiamo ai suoi ritmi e anche la stanchezza adesso sembra meno dura. Le onde lunghe dei giorni scorsi si stanno calmando e un po’ di sole ci fa sentire meglio.

Ritorna alla mente che in fondo stiamo giocando col mappamondo anzi, ci è venuta voglia di andare a fare un bagno a Capoverde.

La bassa pressione ci ha spinto molto a Sud e ora ci troviamo a meno di cento miglia da questo arcipelago, è un’occasione da non perdere, chissà quando mai potremo rifermarci tra queste isole. Capoverde non era nei nostri programmi ma il Portolano parla di una isoletta deserta dove nidificano le fregate e a mano a mano che leggiamo ci sale la voglia di deviare la rotta, un’isola con l’acqua cristallina e la sabbia bianca...

SI VA!!!

Poggiamo qualche grado e facciamo rotta verso l’isola di Branco, venti miglia a ovest di San Nicolao. Il pomeriggio passa tra un bagno di sole a prua, riprese con la telecamera e lavaggio piatti con musichina giusta.

La vita a bordo riprende piano piano, e le fatiche dei giorni scorsi sembrano ormai lontane; peschiamo due dorados per cena e al tramonto ci diamo appuntamento a prua per l’aperitivo: clarita (birra e limonata) e noccioline.

Le nostre membra si stanno finalmente rilassando e anche se il menù prevedeva due belle porzioni di dorado in padella, ci addormentiamo senza cena, come due bambini crollati davanti alla televisione. L’idea di Capoverde ci piace molto, è forse la possibilità di entrare in un mondo diverso, un’“isola lontana”.

Sabato 3 Dicembre 2005

Il punto alle 11.30 UTC è 16°46N 24°34W.

È ormai una settimana che siamo partiti da Fuerteventura eppure non sembra sia passato così tanto tempo. Fra un paio d’ore dovremmo avvistare le isole di Capoverde e a bordo c’è un certo fermento, guardiamo e riguardiamo la carta nautica, il nostro punto ormai è molto lontano dall’Italia. Il mare è argentato, i colori sono diversi e in qualche modo si capisce che siamo in Africa.

Ore 13.30 UTC. Ci fermiamo di fronte a una spiaggia da documentario sulla costa meridionale di Branco. La sabbia chiara si arrampica fino a metà costone e forma una specie di “sciara” che contrasta con lo scuro delle rocce. Gli uccelli sembrano gli unici padroni dell’isola e io mi guardo intorno lentamente prima di gettare l’ancora. È sempre un momento solenne seguire con lo sguardo la catena che tocca il fondo, dopo tanti giorni di mare. Questa volta, l’emozione è amplificata dal fatto che ci siamo fermati in un’isola sperduta, di fronte alle coste del Senegal.

Consulto la carta nautica sul carteggio, allora è tutto vero, siamo partiti sul serio, stiamo giocando con la nostra vita. Ci tuffiamo subito in acqua per un bagnetto rigenerante, ne approfittiamo per pulire la carena e, per fare un po’ di pulizie personali (quanto è bello sentirsi puliti).

Roberto prepara un’insalata di peperoni e tonno che non scorderò mai per tutta la vita, una birra ghiacciata concilia la siesta sui sacchi delle vele. È un sogno! Mi guardo l’eroica barchetta e penso a quanti anni abbiamo passato insieme al cantiere di Anzio, che ci facciamo quaggiù.

Sono felice come un bambino.

Alle 16.00 partiamo per S. Nicolau. Mi volto indietro per un ultimo sguardo, seguo le nostre impronte che salgono e scendono, girano intorno e si perdono nell’acqua, sono le uniche impronte su questo scoglio lunare. Il mare è ridossato e il vento teso, la Papayaga corre felice fino a quando un rumore sordo rompe questo incantesimo. Per un attimo restiamo senza fiato ma subito capiamo che è stata la drizza del genoa, si è spezzata all'improvviso. Fortuna che è successo proprio ora, salire in testa d’albero con le onde dell’Atlantico sarebbe stata una follia. Proseguiamo a motore e arriviamo a Terrafal alle 19.00, ormai è quasi buio quindi ci prepariamo a trascorrere la notte in rada, finalmente immobili. Il paesaggio è spettrale, un Canyon spacca la montagna alta che circonda la baia, qualche luce illumina le poche case di pescatori e in lontananza si sentono solo i cani, i galli e quel tipico odore africano che è un misto di cacca di gallina e fumo di legna che brucia.

Per cena Roberto prepara il solito dorado di turno accompagnato con dell’ottimo vino spagnolo. La luce, i legni, tutto è così caldo e rassicurante. Prima di andare a dormire mi concedo una sigarettina serale sotto un cielo bianco di stelle: questo è uno di quei momenti per cui vale la pena vivere, per cui vale la pena avere una barca a vela.

Domenica 4 Dicembre 2005

All’alba mi arrampico in testa d’albero per armare il genoa con la drizza di rispetto. L’operazione è stata piuttosto facile con il mare calmo e dopo poco scendiamo a terra per fare rifornimenti. È proprio Africa, dei bambini mi chiedono qualcosa per pescare e io gli regalo tutte le lenze di Pietro. Al mercato non c’è praticamente nulla di commestibile e per rimediare un po’ di gasolio dobbiamo tribolare non poco. Alla banchina delle navi c’è solo un peschereccio di legno semidistrutto, a bordo due uomini stanno cercando di aggiustare un ammasso di ruggine che dovrebbe essere il motore. Queste immagini sono fin troppo familiari, sono immagini che mi scaldano il cuore e mi riportano all’indimenticabile esperienza africana vissuta con Ruggero.

Ruggero è il mio compagno di banco da quando eravamo alle elementari, per tutti gli anni del liceo abbiamo vissuto insieme ogni esperienza, dai primi amori alle prime delusioni e spesso immaginavamo cosa avremmo fatto da grandi. Non eravamo certo i primi della classe e le nostre pagelle non costituivano il vanto delle nostre madri, ma sotto quei banchi sviluppavamo tutti i nostri progetti più folli.

Ricordo quando scoprimmo la formula della polvere da sparo e ci mettemmo alla ricerca delle muffe per estrarne il nitrato di potassio. Tutti si stupivano di questo nostro improvviso amore per la chimica, ma quando demolimmo, con una esplosione, il giardino di mio padre, fu chiaro che tutto quello studio non era per recuperare i brutti voti.

Ricordo quando, come antifurto per il mio motorino, scambiammo la leva del freno con quella dell’acceleratore, ma fummo costretti ad andare a riprendere il ciclomotore dentro un fossato (insieme al povero ladro).

Eravamo inseparabili e dopo la scuola passavamo gli interi pomeriggi nella sua cantina, a fantasticare. Durante l’ultimo anno di liceo, quei banchi videro nascere quella che sarebbe stata l’esperienza più travolgente della nostra vita. Cartine Michelin, depliant delle Ambasciate e appunti scritti a mano erano nascosti sotto i libri di Storia e Matematica, i professori erano tranquilli perché ci vedevano assorti ma attraverso la finestra della classe, noi eravamo già nel bel mezzo del deserto del Sahara e nessuno dei nostri compagni poteva minimamente sospettare quali fossero i nostri progetti. Finita la maturità ci mettemmo un anno per racimolare due soldi e comprare un vecchio Mehari della Citroen. Lo smontammo pezzo pezzo per imparare a conoscerlo e nel settembre del 1986 partimmo con la nostra macchinetta di plastica alla volta del grande Sahara. Avevamo vent’anni e l’entusiasmo ci spinse là dove la povera macchina non era progettata per andare: Tunisia, Algeria, Niger, Mali, Benin, ottomila chilometri di Africa dal Mediterraneo al Golfo di Guinea, senza Internet, cellulari o agenzie turistiche.

Stavamo sperimentando la nostra libertà e per noi era come essere approdati sulla luna. Un mondo totalmente lontano dal nostro modo di vivere, forse il più lontano che si possa immaginare.

Se oggi sono qui, sicuramente lo devo a tutta quella sabbia.

Ruggero sarebbe dovuto partire con noi, fino all’ultimo abbiamo sperato di vederlo a bordo di Papayaga. Sarebbe stata una nuova avventura insieme, dopo quasi vent’anni da quel meraviglioso viaggio in Africa ma, purtroppo, non è riuscito ad allentare quelle maledette catene. Cosa è che ci rinchiude in questa morsa di doveri?

Mi manca tanto il mio amico e, anche se non un traversata atlantica in barca a vela, spero ancora di poter condividere con lui qualche altra navigazione, qualche altro progetto folle che ci riporti ai tempi del liceo… chissà, la vita è imprevedibile.

Siamo pronti. Alle 10.30, senza nemmeno tante cerimonie prendiamo il largo. Il morale è alto, l’equipaggio è straordinario e io mi chiedo se sarebbe stata la stessa cosa senza Roberto, condividere un’esperienza come questa con un amico importante ne amplifica i benefici e ringrazio il cielo che, almeno lui, è qui con me. Ci racconteremo queste giornate davanti un camino quando saremo vecchi e forse, è proprio questo il senso di tutto.

Si va a caccia di Alisei. Rotta 270° dritti su Martinica, mancano “solo” 2300 miglia.

Lunedì 5 dicembre 2005

Mattina con poco vento, sembra S. Severa a Luglio! Una nuova depressione tropicale, che sta diventando un ciclone (Epsilon), non permette all’Aliseo di formarsi stabilmente. Ne approfittiamo per fare le pulizie di Pasqua e qualche lavoretto di manutenzione. Facciamo i conti col carburante per la ricarica delle batterie e col tempo che ci manca all’arrivo (abbiamo il biglietto aereo di ritorno perché voglio essere a Natale coi miei bimbi). Aspettiamo il vento, nel frattempo, si cucina, si legge, si lavano i piatti… sembriamo due comari. Il barometro è sceso più di tre tacche da questa mattina e questo significa che fra poco, ci sarà da lavorare. Speriamo solo che non sia una burrasca come quella che abbiamo già passato. Per adesso si legge, si parla, si pensa.

Per cena minestra con qualche verdura rimasta, sembra di viaggiare in treno, morbidamente. Il barometro è sceso ancora e visto i recenti trascorsi, decidiamo di prendere una mano preventiva alla randa. Di notte le lucine sulle cuccette sono così calorose che mi sento nel posto più sicuro del mondo, anzi mi faccio una camomilla e vado a dormire. Che bellezza!!!

Martedì 6 Dicembre 2005

Un’alba come tante altre. Piano piano realizzo che ci troviamo in mezzo a quella parte di mappamondo colorata di azzurro, eppure sembra di esserci sempre stati, è tutto normale tranne il ritmo. L’evento della giornata è il tramonto o il disco dei Genesis che ascoltavamo al Liceo, oppure andare a leggere sui sacchi delle vele a prua.

Io aspetto il momento di andare in bagno come si aspetta di vedere un film bello alla tv: mi accendo la sigaretta, mi porto un libro, insomma, i momenti più belli della giornata sono proprio i più “normali” e il vero lusso che ci è concesso da questa traversata atlantica è avere tutto il tempo per pensare, pensare, pensare... quando mai può accadere in città, distratti da mille cose inutili. Abbiamo fatto 142 miglia nelle ultime 24 ore e mancano 1883 miglia a Martinica.

Mercoledì 7 Dicembre 2005

Mare calmo, poco vento, alle 11.30 il punto è: 15°11N 31°00W.

Si dorme, si legge, si aspetta il collegamento radio delle 20.00 UTC.

Ogni tanto controllo le vele.

Nulla da segnalare.

Giovedì 8 Dicembre 2005

Le basse pressioni si mangiano il vento e c’è molto nervosismo perché non riusciamo ad avere le previsioni via radio.

Da quello che ho capito Epsilon, che ormai è una tempesta tropicale nominata, si sta dirigendo proprio verso di noi. Credo, anzi spero, che a una latitudine così bassa non potrà mai scendere, quindi possiamo stare tranquilli su questo punto ma di fatto il vento non c’è a noi interesserebbe anche capire quando tornerà perché le vele cominciano a ciondolare... e io non sopporto le vele che sbattono.

Alle 11.30 siamo al punto: 14°41N 33°17W. Roberto mi fa notare che siamo solo a metà traversata e ho un tracollo. Le forze cominciano a mancare e il nervosismo, per questo Aliseo che non arriva, sicuramente peggiora la situazione.

Mancano 1600 miglia alla Martinica.

Cerchiamo di leggere e dormire, i pasti scandiscono le giornate e oggi finalmente spaghetti.

In cuccetta penso ai misteri delle onde radio…!

Venerdì 9 Dicembre 2005

È arrivata la tanto temuta “patana" cioè la calma piatta, la cosa più odiata dai marinai. Ci troviamo in un mare liscio come l’olio con la barca completamente ferma e questo non fa certamente bene all’umore di bordo.

Calcolo che abbiamo gasolio per circa 48 ore e decido di “spararmelo” quasi tutto per uscire da questa benedetta calma piatta, se ne arriverà un’altra o se questa durerà più di due giorni ciondoleremo! Per ora si va a motore. Devo dire che è proprio una prova di forza per i nervi però ci mettiamo a leggere in cuccetta e il tempo in qualche modo passa. La barca è immobile e sembra proprio di stare nella nostra camera da letto. Al tramonto vado a prua per godermi lo spettacolo di un Oceano che sembra un enorme tavolo da biliardo, solcato solo dalla nostra scia.

Qualche uccello vola in lontananza… siamo piccolissimi.

Sabato 10 Dicembre 2005

All’alba si muove una leggera brezza e in un secondo, senza nemmeno dirci niente, siamo tutti e due in pozzetto a mettere tutta la tela che possiamo: due genoa gemelli e randa, ma dura poco, dobbiamo ammainare tutto di nuovo... si va a motore!

Alle 11.30 siamo al punto: 14°05N 37°43W distanza percorsa nelle 24 ore (a motore) 132 miglia. Mancano “solo” 1350 miglia alla Martinica.

Patana...!!! È veramente snervante trovarsi in mezzo all’Oceano senza vento. Tutta la poesia se ne va in una serie di litanie ed imprecazioni: “La prossima volta andiamo alla sagra del fungo porcino al monte Amiata”, “Ma ti ricordi come erano buone le braciole di maiale alla brace?”, “Altro che traversata atlantica in barca a vela, un bel vin brulé davanti al camino…”.

Due giorni di bonaccia dopo quindici giorni di navigazione ci hanno ridotto in cenere, hanno tirato fuori il montanaro che è in noi. Non si può andare a caccia di refoline quando mancano 1300 miglia.

Domenica 11 Dicembre 2005

Durante la notte si è alzata una bava di vento, ci costa molto sacrificio alzarci dalla cuccetta sapendo che potrebbe calare di nuovo ma pur di spegnere il motore usciamo fuori, mettiamo le vele, tangoniamo, regoliamo e la barca sembra che cominci a respirare...

Alle 11.30 il punto è: 14°06N 39°50W.

I colori però sono quelli dell’Aliseo, forse questa volta ci siamo! Sì! È Aliseo pieno! Con tanto di groppi e nuvolette a batuffoli, esattamente come lo descrivono quelli che ci hanno navigato prima di noi, sembra di essere entrati in un mondo diverso dove hanno cambiato le scenografie. Il cielo è bellissimo, il mare argentato e la barca corre felice, il nostro morale si riprende, la vita a bordo ricomincia e al tramonto io e Roberto ci diamo il consueto appuntamento a prua, con la birra e le noccioline. È come andare al cinema e dopo ore e ore di questo spettacolo... “Che facciamo per cena…?”.

Lunedì 12 Dicembre 2005

Il punto alle 11.30 è: 14°15N 42°17W, la barca corre come una matta.

Nella mattina vedo una vela all’orizzonte, non sono sicuro e prendo il binocolo, la vela si fa sempre più grande e in poco tempo, una bella barca da regata che sta andando dal Brasile agli Stati Uniti, accosta e ci passa vicinissimo. Sono momenti di concitazione, ci salutiamo, ci fotografiamo, ci scambiamo gli indirizzi per radio, che effetto... esseri umani! Fa piacere sapere che c’è qualcuno in questo mondo, anche se il momento dura solo pochi minuti, la barca diventa subito un puntino e sparisce dietro l’orizzonte.

Siamo di nuovo soli e questo Oceano è veramente grande. Il vento è sempre teso e il mare si ingrossa, la stanchezza si fa sentire. A Roberto purtroppo riprende il mal di mare forse perché il suo labirinto si era abituato al tavolo da biliardo su cui abbiamo navigato negli gli ultimi due giorni e credeva di essere a terra...!

Nella notte la barca scivola sulla scia della luna, io rimango incantato come se fosse la prima volta che vedo questo spettacolo...

Martedì 13 Dicembre 2005

Oggi abbiamo fatto il record: 157 miglia nelle 24 ore... la barca corre e non ha bisogno di nulla... alle 11.30 siamo al punto nave: 14°21N 44°58W.

Si rolla e siamo molto stanchi ma il pesce non manca mai, oggi un dorado molto grande ci porta via un bel po’ di tempo, ma questo rito primordiale di catturare il pesce, pulirlo e sfilettarlo ce lo ricorderemo per molto tempo...

Mi sento in pace, eppure a terra mi aspettano delle montagne da affrontare.

Sento il peso di un rapporto che non funziona più, o forse non ha mai funzionato, sento la responsabilità del dolore che dovrò dare ai miei figli, sento la preoccupazione per un lavoro che non è certo, ma dipende dalla mia energia. Eppure, sono sicuro di aver fatto la cosa giusta, questa partenza rappresenta un bivio e io ho scelto di vivere, sono certo che questa vita, e tutto il positivo che ne deriva, riscalderà le persone a cui voglio bene.

Mercoledì 14 Dicembre 2005

Oggi si rolla un po’ meno e ne approfittiamo per fare pulizie, il frigo era in condizioni tremende perché il buchino di scolo si era otturato e il lavoro ci porta via quasi tutta la mattinata. Nel pomeriggio mettiamo i due genoa a prua e la velocità aumenta leggermente. Per radio sentiamo Giuliano e Silvia del Mago Merlino che da qualche anno sono ai Caraibi a girovagare, ci diamo appuntamento fra qualche giorno e questo mi da una certa euforia.

Questo aliseo è esaltante e io resto quasi tutto il giorno fuori a farmi accarezzare dal vento e dal sole, di sera ci rintaniamo dentro a leggere e ascoltare musica mentre fuori c’è una luna piena che sembra un lampione.

Roberto cucina mentre io sto al tavolo da carteggio a scrivere il diario di bordo, fra poco ci mangeremo patate lesse con tonno e a me sembra la cosa più buona che si possa mangiare, penso a quando rileggerò queste righe tra molti anni, chissà se riuscirò a ritrovare quelle sensazioni meravigliose che ora sto cercando di fermare.

La Papayaga corre senza fatica, sento l’acqua scorrere veloce sotto lo scafo e noi, dentro, consumiamo la nostra cena come se nulla fosse. Mancano 690 miglia e sembra di essere proprio arrivati. Si potrebbe scendere e andare a nuoto eppure una navigazione di 700 miglia in Mediterraneo mi avrebbe fatto sospirare.

Visto che siamo “quasi” arrivati riprendiamo la buona abitudine di fare dei turni seri di notte, almeno fino al collegamento radio delle 8.00 UTC, che ormai, a causa del fuso orario, è in piena notte.

Sono sempre più contento di aver condiviso questa navigazione con un amico come Roberto.

 Giovedì 15 Dicembre 2005

Vento teso. Siamo stanchi e anche andare a cambiare una vela o mettere una mano di terzaroli costa una fatica tremenda, soprattutto se questo avviene di notte e sotto la pioggia battente. Sì perché, non si sa per quale motivo, anche i groppi vengono sempre di notte. Il vento, sotto il temporale, passa all’improvviso da 20 a 40 nodi e noi che navighiamo con tutte le vele tangonate, dobbiamo correre mentre stiamo dormendo al calduccio, ci dobbiamo legare, saltare fuori, tirare giù le vele che gonfie di vento sono durissime e il tutto, con l’acqua che ti taglia la faccia per la violenza. Naturalmente, appena finite le manovre e tornati tutti bagnati alle cuccette, il groppo finisce e il vento cala, quindi dobbiamo rimettere le vele come prima!

Il punto alle 11.30 è 14°19N 50°10W. Mancano 623 miglia.

Nulla da segnalare.

Ci manca la verdura e forse è anche questo causa del calo di forze.

Venerdì 16 Dicembre 2005

Il vento rinfresca ancora e continuiamo a mantenere una media di 150 miglia nelle 24 ore, mancano 470 miglia a Martinica... incredibile! Questo ci crea fermento, ma anche impazienza... cominciamo a non vedere l’ora di gettare l’ancora davanti a qualche spiaggetta caraibica, tuffarci, dormire e soprattutto far smettere questo incessante rollio. Da giorni ormai ci leggiamo le carte e i portolani per decidere dove atterrare, come se ciò dovesse accadere fra qualche ora ma in questo modo, il tempo sembra non passare mai e le giornate diventano più lunghe e faticose. La barca comunque, noncurante dei nostri stati d’animo, continua imperterrita a correre come su un binario. Per radio Sentiamo Giuliano che ci avverte di una ennesima depressione tropicale poco più a Nord di noi, questa notte dovremmo avere venti di burrasca con onde di 4 metri!

In effetti fuori si alternano groppi minacciosi che formano un cielo viola bellissimo. Noi, qua dentro la pancia di Papayaga, ci sentiamo al sicuro tuttavia, per non manovrare questa notte, prendiamo una mano preventiva di terzaroli.

Finalmente peschiamo un tonno dopo tutti questi dorados, per cena tonno in padella con riso. Tramonto in technicolor, luna bellissima… che bello!

Sabato 17 Dicembre 2005

Notte di burrasca, non si dorme per niente.

Prima si rompe la scotta del fiocco sotto un groppo, poi il vento aumenta e usciamo di nuovo per ridurre le vele anche se questa soluzione non mi convince affatto: il mare si gonfia sempre più e, anche se l’istinto e la prudenza suggeriscono di ridurre, in questi casi c’è bisogno di velocità, di pressione sulle vele altrimenti la barca resta troppo in balia delle onde... infatti.

Mentre siamo in cuccetta a dormire la Papayaga si sdraia sul fianco e Roberto rovina sul paiolo. Rimaniamo per un po’ fermi, impietriti, cercando di capire cosa sia successo. È stata una botta tremenda. I miei occhi si posano su delle pentole tranquillamente sparse sul tavolo da carteggio ma potrei giurare che queste pentole erano nel lavello questa sera, ci abbiamo cucinato. Per quale motivo Roberto può aver messo le pentole sporche sul tavolo da carteggio? La cucina e il lavello sono sul lato opposto della barca rispetto al carteggio e se ora le pentole sono lì, vuol dire che abbiamo messo l’albero in acqua! Mi si gela il sangue. Cerco disperatamente la cintura di sicurezza, mi annodo per indossarla come se fosse la prima volta e finalmente corro al timone pensando che un errore del povero Thierry possa aver causato l’incidente. Il mare è bianco di schiuma e questa volta fa veramente paura. Mi faccio passare la cerata e cerco di governare la barca tra queste montagne d’acqua. Mi accorgo però che le onde della perturbazione vengono di traverso e le onde del vento vengono da dietro, capita che si accavallino e questo fa alzare dei muri improvvisi dai quali non ci si può difendere. Sembra una scena di Ventimila leghe sotto i mari e mentre sono aggrappato al timone con l’acqua che mi cola sugli occhi, due onde si scontrano proprio a metà barca. Un muro frangente si solleva fino all’altezza delle crocette e travolge la Papayaga senza che io possa fare niente. La scena è impressionante e io osservo il boma e la randa che strusciano nell’acqua come ali di albatros. Fortunatamente la Papayaga riprende subito il suo assetto e continua la corsa anche se un po’ appesantita dall’acqua che ha riempito il pozzetto. In queste condizioni è quasi più pericoloso che io stia fuori che dentro, tanto non posso farci nulla, queste onde sono imprevedibili e, visto che la barca si è sdraiata di nuovo con me al timone, me ne torno a dormire lasciando il governo all’instancabile Thierry che se la cava molto meglio di me.

In fondo, ho la sensazione che la Papayaga si comporti come un tappo di sughero in mezzo al mare e, mentre mi rigiro sotto le coperte, penso che non vorrò mai navigare con un’altra barca.

All’alba il mare è bianco di schiuma, esaltante…!

Domenica 18 Dicembre 2005

La giornata è un susseguirsi di colori. Dopo un’alba spettacolare il sole riscalda gli animi e noi ne approfittiamo per dare una sistemata alla barca. Sul tavolo da carteggio la carta generale dell’Atlantico ha lasciato il posto a quella dettagliata dei Caraibi, la stessa che mi regalò mio padre dieci anni prima pensando di prendermi in giro.

Siamo stanchissimi e oltre alla verdura abbiamo finito anche le riserve d’acqua, ci dissetiamo con la birra ed è una specie di tortura cinese. Mi sogno carote, spinaci e acqua fresca!

Mare argentato, vento teso e la pelle sotto il sole ringrazia perché non è mai stata così viva. I pensieri si rincorrono, verso sera mi trovo in bagno (il pensatoio preferito dopo il pulpito di prua) e realizzo che domani mattina dovremmo avvistare terra... mi commuovo!

L’ultimo tramonto è un altro spettacolo che ci godiamo con la solita birretta e le noccioline, non vediamo l’ora di arrivare ma nello stesso tempo non vogliamo farci sfuggire nessuna sensazione. Di notte dò il cambio a Thierry per riprovare la gioia di timonare questo “wild horse” sulla scia della luna, su questo Oceano imponente che mi porterò dentro per tutta la vita.

Lunedì 19 Dicembre 2005

Un’alba come mai abbiamo visto prima, poi, fermento generale, stime e preparativi. Alle 9.50 (locali)... TERRA!

Sotto il genoa si intravede un piccolo triangolino scuro, non è una semplice nuvola, è proprio terra.

Non riusciamo a crederci, mi viene in mente Cristoforo Colombo, vedere terra dopo tanto tempo è per me una sensazione nuova e questa per me non è solo una terra. Martinica si avvicina sempre di più e alle 15.00 gettiamo l’ancora alla Baia du Tresor. Roberto non scende neanche a terra per non interrompere questo dialogo con la barca.

La Papayaga riposa immobile e tutto attorno… palme da cocco… (!??). È finito un capitolo, il primo capitolo di un sogno che ora sappiamo essere realizzabile. Non è stato un fatto sportivo o marinaresco, è stata un’opportunità che abbiamo avuto di stare con i nostri pensieri, lontani dalle distrazioni ed estasiati dalla imponente bellezza della natura. Grazie a Roberto, Papayaga, all’instancabile Thierry e al pianeta terra...

 

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