“Dal silenzio la musica” diceva il mio grande maestro Giovanni Carmassi. C’è bisogno di silenzio per entrare in contatto con le emozioni, altrimenti sono solo note. Le note sono sette, come le lettere dell’alfabeto sono solo ventuno, e il silenzio non serve solo per concentrarsi e poterle eseguire senza errori, il silenzio serve per cercare il significato dentro di noi. Se un attore legge nel copione l’avverbio “ancora” non può fermarsi al solo significato letterale, quella parola detta da un bambino ha un significato, sussurrata da una donna che trova il marito ubriaco ne assume un altro. La stessa parola può esprimere speranza, rassegnazione, gioia, dolore, rabbia e altre infinite sfumature. Ci vuole silenzio per cercarle dentro di noi, nel nostro vissuto, altrimenti le note, le parole e la vita stessa diventano un esercizio di stile… pura accademia.
MI chiedo cosa possa provare una persona nel passare davanti la Stele di Rosetta col cellulare in mano, fare tre scatti e correre via tra la folla.
Cos’è che spinge un ragazzo a fare ore in fila per farsi un selfie davanti alla Gioconda?
Perché nelle sale sono tutti col cellulare a registrare invece di godersi il concerto, che è un momento irripetibile?
Se non cerco dentro di me l’emozione che quel pezzo di pietra, quella tela o quel momento provoca, rimane solo la sterile soddisfazione di poter raccontare agli amici, ai follower, di esserci stati.
Ci vuole silenzio dunque perché se devo esprimere qualcosa, devo prima viverla. Altrimenti, sono solo note, parole, immagini senza profondità.
Quante volte mi hanno chiesto: “ma come fai tutti quei giorni in oceano senza vedere nessuno? Non ti annoi?... Tutto uguale”.
Un Oceano ti permette di trovare il vero silenzio, la barca col suo movimento lento ti riporta in una dimensione umana, e quell’acqua assume ogni giorno un aspetto diverso.
In mare ho finalmente il privilegio di sentire.
Sembra una banalità ma non lo è, se tornassimo tutti a sentire, il mondo sarebbe diverso. Sentiremmo il dolore di chi muore in mare, il peso delle ingiustizie, sentiremmo la fortuna di vivere in un pianeta bellissimo e la responsabilità verso le future generazioni… non saremmo più impermeabili, indifferenti a tutto e tutti. Torneremmo ad essere uomini.
Forse è per questa ragione che rimango ancorato alla speranza di poter fare qualcosa, nel mio piccolo. A Roma, in una piccola scuola di musica, Officine Musicali del Borgo, si insegna ancora a sentire, non solo ad ascoltare. Si insegna che la musica esprime delle emozioni, e sono quelle che bisogna cercare, coltivare, analizzare.
E come diceva Bernstein: “la vita senza musica è impensabile, ma la musica senza vita è accademia”.